PRESIDIO CONTRO LA SORVEGLIANZA SPECIALE

UN DESERTO SOCIALE A TUTTI I COSTI

Come ulteriore giro di vite per i fatti del 30 ottobre in cui migliaia di persone si rivoltarono a Firenze contro il governo, il comune e la polizia, eccoci recapitata l’ennesima lettera verde dal tribunale: non si tratta di una denuncia, ma dell’invito per una nostra compagna a presentarsi in tribunale il giorno 14 Aprile 2021 per presenziare all’udienza in cui verrà decisa o meno l’applicazione della sorveglianza speciale contro di lei. Che significato dare a questa nuova mos sa del questore?
Innanzitutto dobbiamo rilevare come la repressione sia tanto mutabile nei mezzi quanto poco lo è nei fini. Neanche un mese è passato dalla definitiva caduta del reato di associazione a delinquere spillato ormai più di dieci anni fa all’interno dell’operazione “400 colpi”, ed ecco ora, dopo i dubbi successi raggiunti con la pioggia di fogli di via staccati negli ultimi anni dalla questura, l’arrivo del Daspo anche per chi allo stadio non ha mai messo piede e, amarum in fundo, questa richiesta di sorveglianza speciale. Perché associare tra loro strategie e misure tanto diverse in questo scritto? Perché è fondamentale che queste si riconoscano per ciò che sono: operazioni di repressione politica. Per uno stato che dice di averla fatta finita con il fascismo è essenziale che, almeno in teoria, ad esser puniti siano i reati e non le idee. Ma come togliere allora i compagni dalle strade di fronte a una magistratura che per quanto sia classista non può non applicare il codice penale? Come togliere di mezzo persone e percorsi di auto organizzazione se gli stessi giudici nella maggioranza dei casi sono in imbarazzo di fronte alle richieste di carcerazione in relazione ai reati contestati? Come assicurarsi quella tanto agognata pace sociale se anche le misure cautelari preventive  svaniscono in pochi mesi proprio in virtù della moderata gravità dei reati in relazione alle leggi attuali? Ecco quindi spiegato il ricorso a questi mezzi di repressione politica, di cui da sempre lo stato italiano si serve, ma che di volta in volta possono tornare più o meno utili. Tanti piccoli reati non ti aprono così spesso le porte di Sollicciano, ma se ci inventiamo una associazione a delinquere la musica cambia. Teoria troppo fantasiosa anche per la magistratura? Allora la scavalchiamo con misure di polizia: fogli di via e Daspo, che non necessitano dell’approvazione del giudice, ma vengono emessi direttamente dal prefetto. C’è chi ancora si ostina a non voler piegare la testa? Ecco qua la sorveglianza speciale.

UNA SORVEGLIANZA (E UNA PUNIZIONE) DAVVERO SPECIALE.
Un capolavoro del legislatore democratico. Ben oltre: “l’innocente fino a prova contraria”, ben oltre le misure cautelari preventive in attesa che il processo si sgonfi, si arriva al “colpevole dei reati che potresti commettere”. Sì, perché contrariamente a quanto potremmo essere portati a pensare, avere la sorveglianza speciale non significa ricevere un’attenzione particolare da parte delle forze dell’ordine, che quella la subiamo già da sempre, significa veder materialmente distrutta la propria libertà. Del tutto arbitrariamente potremmo quindi avere per un tempo che va da uno a cinque ann i l’obbligo di rientro notturno, il divieto di lasciare la provincia di residenza, di incontrare pregiudicati o persone sottoposte a misure cautelari, di partecipare a riunioni o assemblee di qualsiasi tipo e, per tutta la durata della sorveglianza speciale, possono essere sospesi passaporto e addirittura patente. Per anni dunque devi star lontano dai tuoi compagni, dai tuoi affetti, rinunciare a viaggiare o anche solo a lasciare la tua provincia, rinunciare a far politica, rinunciare ad uscire la sera… La pena per chi infrange queste regole può essere anche il carcere immediato. Tutto ciò, lo ripetiamo, non in connessione ad un particolare reato per cui viene prevista questa punizione, ma in relazione a chi sei, a cosa fai nella vita e quali reati potresti commettere in futuro. Proposta da Digos e questore, l’applicazione di questa misura passerà alle mani di un giudice che valuterà quindi se la persona che ha davanti merita l’appellativo di “minaccia della difesa sociale”. Il tutto in un perverso gioco di rimandi incrociati in cui la polizia dice che son anni che ci colpisce e quindi è giusto colpirci ancora di più, sennò avrebbero già smesso anche loro, che son tanto bravi, e difendersi è estremamente complicato… dal momento che non c’è nessun episodio criminoso di cui si viene accusati e quindi in sostanza… non c’è niente da cui difendersi! È così dunque che una compagna neanche pregiudicata rischia di veder cambiare la propria vita e chiunque abbia sofferto in questo anno delle limitazioni che ci sono state imposte per il Covid19 ed ora invoca l’estate nella speranza di poter tirare un sospiro di sollievo può capire quanto sia grave veder limitata radicalmente la propria libertà per un periodo tanto lungo.

PERICOLOSI PER CHI?
Pur in assenza di qualsivoglia condanna, sappiamo bene cosa finirà sul tavolo del giudice: il coraggio e la voglia di cambiare questo mondo. L’occupazione di uno spazio per giovani rapidamente divenuto un museo di arte urbana in Via Toselli prima, e a “La Crepa” poi, il sedersi davanti alle ruspe insieme agli abitanti di tutto Viale Corsica per evitare il taglio degli ippocastani, l’aver partecipato a un presidio non autorizzato di Fridays for future, l’aver contestato Nardella il giorno della Liberazione, l’a ver partecipato al presidio contro lo sgombero delle famiglie in Via Carissimi, l’aver occupato una Casa delle donne in piena pandemia per offrire rifugio e assistenza a chi più sta subendo questa forzata reclusione e infine l’aver partecipato alla notte del 30 ottobre.. Questi i reati che le vengono contestati e che potrebbero meritargli questa pesante medaglia di pericolosità sociale. Ma pericolosi per chi? Esiste un solo sfruttato sulla faccia della terra che potrebbe sentirsi minacciato da tale (presunto) curriculum? A tutti noi la facile sentenza. Complici e solidali con la nostra compagna invitiamo tutti a far propria questa campagna contro la sorveglianza speciale, al suo fianco e al fianco di tutti coloro che in Italia hanno subito questa infame misura e coloro, come Eddi di Torino a cui è stata notificata di ritorno dal Rojava, che hanno deciso di di non sottostarvi e di rifiutarla pubblicamente. Perché organizzare una difesa collettiva vuol dire organizzare la difesa stessa del movimento.
Invitiamo tutti a tutte il 14 Aprile 2021 dalle ore 9:30 al presidio che si terra’ di fronte al tribunale di Firenze in viale Guidoni contro questa infame misura di repressione politica

IL 30 OTTOBRE C’ERAVAMO TUTT*

Link

Per sostenere gli arrestati visita: https://www.gofundme.com/f/il-30-otto…
L’ingresso in scena del nuovo virus ha cambiato la nostra vita per sempre. Pandemia globale, emergenza sanitaria permanente, militarizzazione delle strade. Il tutto accompagnato dalla ricerca costante di un capro espiatorio: i comportamenti irresponsabili, i giovani, la movida, la scuola, I runner. Qualsiasi cosa pur di nascondere le responsabilità politiche che stanno dietro ai proclami pubblici e alla crisi economica e sociale più’ grave del terzo millennio in occidente. Andrà tutto bene, ci dicevano, ma queste parole risuonano sempre più’ grottesche via via che il tempo passa. Nessun piano sanitario, nessun piano per l’istruzione,. Nessun piano per i detenuti, totalmente dimenticati, ai quali è stato negato ogni tipo di avvicinamento, anche familiare. Smart working, Didattica a distanza , isolamento , coprifuoco e il nuovo gioco del semaforo per comuni e regioni sono la soluzione propinata, ma qualcuno non ci sta. Nella solitudine e nell’isolamento non c’è nessuna sicurezza. In molti l’hanno capito e sono scesi in piazza il 30 ottobre a manifestare la propria rabbia e insofferenza.Solidarietà a tutti gli arrestati.

Crowfunding – IL 30 OTTOBRE A FIRENZE C’ERAVAMO TUTTƏ!

Qui il crowfunding:

https://www.gofundme.com/f/il-30-ottobre-a-firenze-ceravamo-tutt

È stata una piazza eterogenea quella di venerdì 30 ottobre, ma quale sia stata la componente principale di quella giornata è divenuto con il passare dei giorni evidente a tutti: i giovani e i giovanissimi, con buona pace di chi ancora cerca organizzatori dove non ce ne sono, scomodando le solite veline della questura ormai ingiallite dagli anni che additano di default anarchici o ultras.
Una piazza senza rivendicazioni precise e senza firma, una piazza proprio per questo abitabile da chiunque non volesse veder strumentalizzata la propria rabbia. Una rabbia da troppo tempo covata.

Come può infatti stupire che si voglia ribaltare un mondo che avrebbe tutto da offrire, ma che non ci ha mai offerto niente? Il contraltare di una tecnologia sempre più alienante è infatti rappresentato solo da sfruttamento e precarietà, lavori a nero e affitti impossibili.

Ed eccoli allora i giovani di venerdì: sono gli stessi che sono stati destinati a servire e sorridere al turista di turno, a cui è stato offerto poco più dello scheletro di quella che dovrebbe essere una scuola che mira a una reale diffusione e cultura, che sono stati costretti a continuare a vivere con i genitori e che proprio per questo sono stati derisi come una generazione di nullafacenti. Una generazione a cui è sempre negata la parola, continuando a guardare al giovane solo come ad un adulto in potenza, mai come ad un soggetto con propri bisogni e desideri.
Con la diffusione della pandemia tutto ciò ha assunto caratteristiche grottesche. Sostituita anche l’aula di scuola con uno schermo, l’intera socialità è stata bandita ed etichettata come superflua, definizione facile per chi guarda al mondo solo come ad un salvadanaio da cui attingere, magari da una villa di duecento metri quadri.

Se lo stato ha pensato bene di scaricare tutta la colpa delle proprie mancanze sui comportamenti dei singoli, continuando ad andare a braccetto con quell’organizzazione criminale che da sotto il nome di Confindustria, quelli stessi singoli hanno poi riversato la propria frustrazione sul capro espiatorio perfetto perché appunto da sempre privato di voce: ancora loro, i giovani.
Il 3 febbraio, dopo mesi dai fatti, digos e polizia si presentano alle prima luci dell’alba in svariate case per portare via 20 persone destinate a misure cautelari. Arresta per nascondere l’incapacità di chi governa questo paese nel gestire una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, una crisi causata dallo stesso sistema di rapina del territorio e delle risorse che strenuamente tenta di difendere. I morti nelle RSA, le famiglie sul lastrico, nessuna prospettiva a medio o lungo termine sulle nostre vite come la criminosa gestione della seconda ondata ha dimostrato.

Non sono 20 ragazzi i responsabili di una notte di rabbia dove 10000 persone sono scese in piazza. Come non sono 3 ragazzi che escono a fare aperitivo i responsabili di una pandemia che da un anno ha cambiato permanentemente in peggio il nostro modo di vivere. Ma riconoscere le proprie responsabilità vorrebbe dire ammettere per lo stato di aver fallito, e allora avanti col prossimo capro espiatorio, col prossimo arresto.

Qui il crowfunding:

https://www.gofundme.com/f/il-30-ottobre-a-firenze-ceravamo-tutt

DATECI UN FUTURO! Call per opere benefit sul 30 ottobre

La notte del 30 ottobre 2020, a Firenze, è accaduto qualcosa di incredibile.

Tutto era iniziato come una protesta chiamata da un’origine incerta, o addirittura sospetta. La risposta delle autorità cittadine è stata quella di vietare la manifestazione e di riempire le piazze principali di Firenze con un forte dispositivo di polizia. Dal vivo o sulla diretta online, abbiamo visto questo dispositivo fallire. Abbiamo visto una manifestazione diventare una rivolta. Un riot a Firenze? Impossibile! Scioccati, abbiamo visto centinaia di persone affrontare la polizia, lasciando danni in tutte le zone per bene della città vetrina.

L’evento ha segnato profondamente molti di noi. Con l’arte possiamo abbozzare risposte alle emozioni che ancora ci agitano, possiamo urlare qualcosa.

CHI SIAMO?

Artist* e amic* dell’arte, a Firenze e non solo.

QUAL È IL NOSTRO OBIETTIVO?

– Creare un immaginario e una narrazione di parte sulla rivolta del 30 ottobre;

– Raccogliere fondi per contribuire alle spese legali di Giova, Kekka, Alberto e Pietro, imprigionati quella notte.

COME INTENDIAMO RAGGIUNGERLO?

– Una pubblicazione che raccoglie opere d’arte relative alla rivolta del 30 ottobre;

– Un’asta delle opere originali.

COME SI PUÒ PARTECIPARE?

Vi sfidiamo a creare qualcosa (disegno, poesia, un murales, un collage di giornale, ecc…) e inviarcelo all’indirizzo ZINERIVOLTA@GMAIL.COM, entro il 1° marzo 2021.
Se possibile utilizzare come riferimento il formato di stampa quadrata 20x20cm.

Venerdì 30/10

Venerdì scenderemo in piazza dalla parte di chi, come noi, è alimentato dalla giusta rabbia. Non è il momento di avere paura di dire la nostra, anche in piazze eterogenee. Invitiamo quindi tutti e tutte a venire con noi venerdì alle ore 21.00 in piazza della Signoria.

R/ESISTENZE FIRENZE

27 GIUGNO MANIFESTAZIONE BASTA SPREMERE FIRENZE

Credere che chi tira le fila di questo Paese abbia fatto tutto il possibile
a fronte di una crisi imprevedibile è un lusso che non possiamo permetterci. 
Con l’arresto del turismo intere città si sono scoperte deserte e
migliaia di persone hanno perso il lavoro. Chi avrebbe dovuto tutelare
gli abitanti non ha fatto nemmeno il minimo necessario. Gli aiuti, scarsi e insufficienti, non hanno raggiunto la maggior parte delle persone e ad essere esclusi sono stati proprio i più bisognosi, i più
precari, che in troppi casi hanno potuto contare solo sulle raccolte alimentari organizzate autonomamente da collettivi e solidali. A Firenze, che della turistificazione ha fatto
un’ideologia e del precariato la sua bandiera, tutto ciò sta avendo effetti
devastanti. Decenni di monocoltura del turismo, di lavori al nero e affitti
impossibili ci presentano ora un conto che non possiamo e non vogliamo essere noi a
pagare. Il mantra per cui il turismo distribuirebbe benessere a pioggia
su tutta la città rivela ora tutta la sua inconsistenza: nelle nostre
tasche, così come in quelle del comune ridotto ora addirittura a
risparmiare sull’illuminazione, sono sempre e solo finite le briciole,
mentre i soldi veri finivano nelle tasche di chi costruiva “Student hotel”
da mille euro al mese o acquisiva centinaia di immobili per creare
un’indecente  enormi holding di degli Airbnb. “Dobbiamo tornare alla normalità!
Dobbiamo far tornare i turisti!” strillano ora i cialtroni
che ci amministrano, e quale fosse la direzione precedente è subito
svelato: per risanare le casse si mettono in vendita oltre 120 immobili di
proprietà del comune. Un nuovo saccheggio ai danni di tutti a vantaggio di
chi a questa città ha sempre guardato come al proprio personale luna park
in cui attirare facoltosi stranieri. Scendiamo in piazza per dire basta a
tutto questo, per dire basta ai lavori sottopagati e a nero, per dire che rivogliamo un centro vivibile, per dire che
questa città è di chi la abita, certo non loro.. Scendiamo in piazza per dire che
NON VOGLIAMO TORNARE ALLA NORMALITA’, PERCHE’ LA NORMALITA’ ERA IL
PROBLEMA.
 

 

Mappa di solidarietà fiorentina per contrastare il covid

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A Firenze come nel resto del mondo in molti si stanno auto-organizzando per creare delle reti di solidarietà.
A fronte di questa pandemia il nostro, come tutti i governi, ha dimostrato la propria incapacità ad offrire valide misure di supporto per chi ha perso il lavoro (magari a nero), chi ha difficoltà economiche, non ha una casa o più semplicemente non può uscirne. Vogliamo condividere quindi questa mappa affinché possa essere uno strumento in mano a chi ha bisogno di supporto per fare la spesa o commissioni. Anche se stai fuori dalle zone evidenziate contattaci: la rete di solidarietà è ancora più ampia!

Occupazione viale Corsica
Marta: 3386954380 Serena: 3311015038
LaPolveriera SpazioComune
Francesca: 3290463214 Cecilia: 3319216166
Laboratorio Diladdarno-Occupazione via del Leone
Cosimo: 3883620966 Flora: 3201460231
Cpa Fisud
Niccolò: 3487219228
Mondeggi Bene Comune
Alessio: 3477542690
Fondo Comunista
Marinella: 3391349875
Brigate di solidarietà
Popolare Novoli
3534059707

Contro la sorveglianza speciale per Eddi

CON CHI COMBATTE

Pare che il mondo ci stia tremando sotto i piedi, che “nulla sarà come prima” e che qualcosa di diverso stia smuovendo gli equilibri della pace sociale imposta.
Eppure proprio mentre viviamo tutti rinchiusi e sorvegliati dentro questa gestione distopica dell’emergenza, lo stato tiene a stabilire chi sia il sorvegliato speciale, quello  di cui si deve aver paura.
È Maria Edgarda Marcucci, la donna che ha combattuto contro le bande jihadiste e l’esercito turco, con Orso nelle ulivete di Afrin. Il messaggio è chiaro, dopo due decenni di biopolitica costruita interamente attorno al terrorismo islamista lo stato italiano prende posizione. Con al-Qaeda, contro chi la combatte.
Non è un fatto fra gli altri.
Mentre gli jihadisti di Idlib scappano dalla Libia all’Italia il pericolo per il tribunale di Torino è la giovane attivista che li ha combattuti.
Colpevole di niente ma privata delle libertà fondamentali soltanto per aver continuato a denunciare il ruolo italiano nell’armare lo stato turco, per aver manifestato per questo nonostante le minacce della “sezione per le misure di prevenzione”.
Proprio nei giorni in cui le politiche di Erdogan lasciano senza mascherine migliaia di operatori sanitari, in nord Italia arriva la condanna ad Eddi, a riprova di chi sia il pericolo e chi lotti per difendere i popoli dalle grinfie dei tiranni.

Questi giorni di emergenza saranno tornati comodi alle autorità per evitare contestazioni ma al contempo possono mostrare a tutte e tutti sulla propria pelle cosa significhi sorveglianza. Cosa significa non potersi muovere dalla residenza, non poter incontrare persone, dover continuamente rendere conto alle forze dell’ordine, essere costretti a rientrare a un’ora imposta.
Per chi combatte le giuste cause lo #staiacasa è una condanna sempre sospesa sulla testa. Quale è allora l’epidemia che propaga Eddi? La lotta per la libertà delle donne e di tutti i popoli, l’autodifesa dai terroristi e dai tiranni, ma anche le battaglie per l’ambiente, contro le grandi opere e per una vita degna.
Ebbene se lo stato voleva scegliere il suo paziente 0, è stato molto preciso ma anche molto esplicito. Ha messo nero su bianco cosa difende e di chi ha paura: ora sta alla responsabilità di tutti cambiare le cose.

Nella lotta e nella vita il tempo è importante. Hanno deciso la condanna il 17 marzo, mentre ci apprestavamo a ricordare Orso, mentre iniziava il Newroz, il giorno nuovo.
Un anno fa le fiamme della Terra che rinasce illuminavano l’ultima roccaforte di Daesh crollare portando il pensiero di tutti i martiri, i compagni, gli amici caduti per questo.
Oggi di nuovo una luce ritorna a cacciare il buio delle città invase e delle speranze perdute. È la luce di chi combatte, di chi resiste dentro le prigioni, di chi non accetta imposizioni. Una luce che ci chiede di portare avanti la lotta, di non rassegnarci nemmeno quando tutto sembra perduto.
A Eddi e tutti i prigionieri di questa guerra silenziosa va la nostra solidarietà e la promessa di resistenza.

Newroz pîroz be!

Berxwedan jiyane
La resistenza è vita

Eddi libera!

Il Gigante coi Piedi d’Argilla, L’economia turistica vista dalla quarantena

La pandemia che sta affliggendo il nostro pianeta è un’esperienza nuova per tutti e tutte. Un’esperienza anomala che ha trasformato la nostra quotidianità e ci obbligherà a chiederci come vogliamo riprendere la nostra normalità, sempre se saremo stati abbastanza fortunati. Al netto dell’altalena spettacolarizzante dei media tradizionali che titolano oggi <<ALLARME GLOBALE>> e domani <<tranquilli ce la faremo>>, due elementi sembrano in crisi:

1 – la tendenza geneticamente innata dell’uomo di incontrarsi, avere relazioni fisiche, fare comunità

2 – il sistema economico capitalista dominante, che al momento non sembra aver trovato le contromisure al virus (cosa che invece fece nel corso della crisi del 2007). Al momento, tutte le manifestazioni del capitalismo (industrializzazione, finanza, globalizzazione, turistificazione) stanno mostrando evidenti segnali di inadeguatezza all’attuale momento storico.

Oggi le principali manifestazioni del capitale come la massificazione della produzione industriale, del turismo e la polarizzazione della ricchezza stanno mostrando le loro contraddizioni. A Firenze sono proprio i segnali di recessione dell’industria del turismo che spaventano immobiliaristi e investitori, mentre i cittadini sono sempre più spaventati dalle condizioni inumane del lavoro – dove lo stato si conferma sempre più chiaramente come difensore dei padroni – e dalla totale assenza dei diritti basilari che emergono con violenza dalla cronaca odierna.

Dopo decenni di martellanti messaggi massmediatici ci avevano quasi convinti che il turismo sarebbe stato il solo volano dell’economia toscana. La pesante promozione delle mete turistiche, la deregolamentazione edilizia, il proliferare delle piattaforme per affitti brevi – che promettevano di redistribuirne i profitti mentre, di fatto, scaricavano sui piccoli proprietari i costi d’attivazione di un’economia infestante – e i forti investimenti attuati da regione e comuni nella progettazione di inceneritori ed aeroporti hanno determinato un tasso di crescita del flusso turistico del 54,2% dal 2010 al 2018.

È stato così che interi quartieri di Firenze si sono svuotati – adesso il centro storico ospita solamente 66.206 residenti – delle attività che storicamente li riempivano, sostituendo i servizi di vicinato con bistrò, storiche botteghe e antiche pelletterie; i prezzi dell’affitto dei negozi sono saliti anno dopo anno, raggiungendo standard “vacanzieri” perfino nei piccoli supermercati di zona. Quindi, mentre si allontanavano ospedali e università ed in quegli immobili si realizzavano musei ed infopoint, in città si raggiungeva la media di 17 strutture ricettive (ufficiali) e ben 217 esercizi di ristorazione per km2.

Le famiglie che vivevano in affitto sono state cacciate per fare spazio ai turisti, mentre quelle che vivevano in case di proprietà, vedendosi private di tutto il tessuto che le legava al rione, hanno preferito trasferirsi in periferia o in qualche borgo più tranquillo, affidando la gestione dell’immobile ad una qualche agenzia immobiliare che l’avrebbe trasformato in un Airbnb, portando Firenze al triste record di città con la più alta concentrazione di annunci nel centro storico – il 18% degli immobili totali, nonché il 70% di quelli offerti in locazione.

Forte anche dello strumento amministrativo della Città Metropolitana, il governo locale ha messo in opera una pesante zonizzazione della città trasformando luoghi dotati di identità e carattere unici in zone omogenee ed indifferenti ai bisogni del cittadino. La definizione delle aree destinate al divertimento, alla produzione e al consumo, ha relegato gli abitanti nelle periferie, al di fuori dei circuiti più profittevoli per i capitali internazionali e sempre più lontane dal centro cittadino.

Il centro storico, in particolare, è il luogo dove questo modello si è espresso nel modo più completo ed evidente. Qui i capitali finanziari in cerca di investimenti anticiclici si accaparrano la gestione dei flussi turistici e trasformano le strade e le piazze della città antica in un enorme albergo diffuso o parco a tema, in cui i visitatori si trasformano in clienti/spettatori e i cittadini in dipendenti/comparse.

La monocultura di alberghi, ristoranti, locali e monumenti museificati, con tutto il carico di inquinamento acustico, ambientale e visivo che si portano dietro, va inquadrato in un approccio estrattivista alla gestione della città, per il quale, in vista di mirabili guadagni, il territorio e chi lo abita subiscono danni ingenti. Per essere chiari, il modello introdotto ricalca la gestione di una miniera o un pozzo petrolifero, in cui l’ambiente viene deturpato ed i lavoratori sfruttati ed umiliati.

Si pensi semplicemente al lavoro portato dal turismo grazie al quale intere fasce di popolazione, in prevalenza migranti e giovani, sono impiegate in mansioni di scarso interesse culturale ed ambientale e messi al servizio dei loro aguzzini: pensiamo a uomini e donne, camerieri, lavapiatti e collaboratori domestici che lavorano, come dicono i fiorentini, al grigio, sebbene spesso sia il nero il colore prevalente.

Ebbene, in questo ecosistema estremamente specializzato, è stato sufficiente un microscopico virus per innescare una profonda crisi, che già a gennaio ha inferto duri colpi all’economia cittadina – si consideri che solo il turismo proveniente dalla Cina frutta ogni mese 3,5 milioni di euro.

Adesso con il precipitare degli arrivi sotto lo zero (i bus turistici sono calati da 267 a 5 al giorno) intere vie si ritrovano con le saracinesche abbassate e nessuno in strada. La stessa via Calzaiuoli, normalmente gremita da folle armate di selfie-stick e shopping bag, viene attraversata solo da palle di sterpi rotolanti in un mezzo giorno tutt’altro che infuocato.

I ristoratori, riuniti nel gruppo fb “Ristoratori Toscani” (più di 4000 membri), hanno ottenuto – a poche ore dalla loro richiesta – l’obbligo di chiudere le attività, ma continuano a non sapere se gli sarà garantita la cassa integrazione (costringendo quindi i lavoratori a esaurire le loro ferie in quarantena).

I pochi esercizi che possono permetterselo continuano a svolgere servizio di consegna a domicilio, incoraggiati dalle piattaforme del food delivery, ansiose di lucrare sulla pelle dei rider, costretti a continuare a lavorare senza che gli vengano forniti nemmeno i necessari Dispositivi di Protezione Individuale. 

Gli alberghi registrano un calo di occupazione del 55%, rispetto alla media di riferimento per il periodo e molte strutture chiudono per minimizzare i danni, o meglio il disastro, visto che si parla di già di più di 120 milioni persi nel settore.

Viene quindi da chiedersi se la “classe politica e dirigente” stia prendendo atto della debolezza di un sistema che si regge unicamente su un pilastro e stia mettendo in dubbio l’impianto dell’economia fiorentina e toscana.

Nonostante i colpi dei dazi di Trump, della Brexit, nonostante Luca Tonini (presidente Cna città di Firenze e presidente nazionale Cna Turismo e Commercio) paventi “una nuova grande crisi economico-finanziaria” del sistema toscano causata dal coronavirus, i politici continuano a procedere col paraocchi.

Dopo le ridicole iniziative della Regione Toscana per promuovere il turismo con una guida al virus e la penosa manifestazione delle guide turistiche davanti a Palazzo Vecchio nei primi giorni del contagio; nel convegno del 2 marzo promosso da Regione Toscana, Anci e Toscana Promozione emergono chiaramente gli interessi che ci governano: sotto l’hashtag #TuscanyTogheter si riuniscono i Comuni toscani per elaborare una strategia di rilancio dell’economia turistica, una cabina di regia a cui partecipano anche i privati del settore, secondo il principio di governance territoriale ormai intrinseco all’amministrazione pubblica. 

“Ripeto, dare continuità a questo percorso, con politiche regionali e locali coerenti, e con risorse strutturali diventa un passaggio decisivo. Il turismo rappresenta per la Toscana il vero modo per redistribuire la ricchezza, per ridare fiato a tante realtà.” tuona l’assessore regionale al turismo Stefano Ciuoffo.

Al momento non sono previsti cambi di rotta.

Come al solito, deve spettare alla base, ai cittadini e cittadine che sono i più colpiti da questa situazione, lanciare un messaggio forte in senso diametralmente opposto. Così gli abitanti dei quartieri si adoperano per sostenere le persone che in questo momento si trovano in maggiore difficoltà. Proprio le reti sociali minate dalla gestione privatistica, quelle che non si reggono su interessi economici, ma sulla solidarietà umana, sono quelle che si riattivano per non lasciare indietro nessuno. Nascono chat in cui ci si organizza per consegnare la spesa agli anziani, vengono cucite mascherine artigianali per i senza fissa dimora e si organizzano scioperi per dare voce agli operai costretti a continuare la produzione.

Comunque la si rigiri, il COVID-19 è l’ennesimo campanello d’allarme che il nostro pianeta lancia per far capire – più e meglio di Greta – che i giorni dell’estrattivismo ambientale ed economico sfrenato devono finire.

La pandemia che siamo vivendo è una conseguenza delle politiche che sono state messe in atto fino ad ora a livello globale: non possiamo e non dobbiamo ripartire per la stessa strada.

E’ invece necessario iniziare un ripensamento profondo di tutta l’organizzazione socio-politico-economica, che vada verso una totale conversione ecologica e sociale della nostra società.

https://www.facebook.com/Laboratorio-DiladdArno-108318343970844/

Il sistema sanitario pubblico: un corpo già malato

Il quadro ci viene presentato come emergenziale e dovuto a un’eccezionale pandemia.

Sicuramente la situazione è eccezionale, ma insiste su un corpo già provato da decenni di maltrattamenti e scelte che ne hanno ridotto la capacita’ di resistere. Come ben sappiamo, un’influenza contratta da un corpo sano non ha gli stessi effetti che su un corpo già malato ed indebolito. E il nostro Sistema Sanitario pubblico, sano non lo era di certo. Da giorni si parla infatti, nel caso in cui i contagi non vengano fermati, di collasso del SSN (Sistema Sanitario Nazionale): non ci sono medici ed infermieri sufficienti per fronteggiare l’emergenza, non sono abbastanza i posti letto e le attrezzature in reparti come la terapia intensiva, mancano sufficienti scorte di dispositivi di protezione individuale per il personale sanitario e non che quotidianamente attraversa le strutture sanitarie.

Ma cosa è successo in questi anni per indebolire il nostro Sistema Sanitario al punto da portarlo a rischio collasso? 

Per scoprirlo dobbiamo tornare al 1978, anno che rappresenta una sorta di spartiacque della storia (non solo in campo sanitario), dividendo un «prima», nel quale si registrava l’espansione del welfare universalistico – tratto comune dei governi liberaldemocratici e socialdemocratici europei – affermando il principio secondo cui alcuni servizi fondamentali, come l’istruzione e la sanità, dovessero essere sottratti ai meccanismi di mercato e quindi essere garantiti dallo Stato, e un «dopo».

Il «dopo» prende le mosse agli inizi degli anni ottanta, con l’elezione di alcuni leader ultra-conservatori – Margaret Thatcher in Gran Bretagna (1979) e Ronald Reagan negli Stati Uniti (1980) – e con l’affermarsi del neoliberismo. Le politiche neoliberiste si applicano anche alla sanità, che diventa terreno di conquista del mercato a livello globale, come si legge in un articolo di The Lancet del 2001: “Negli ultimi due decenni la spinta verso riforme dei sistemi sanitari basate sul mercato si è diffusa in tutto il mondo, da Nord verso Sud, dall’Occidente all’Oriente. Il «modello globale» di sistema sanitario è stato sostenuto dalla Banca mondiale per promuovere la privatizzazione dei servizi e aumentare il finanziamento privato attraverso il pagamento diretto delle prestazioni. […] Questi tentativi di minare alla base i servizi pubblici, da una parte, rappresentano una chiara minaccia all’equità nei paesi con solidi sistemi di welfare in Europa e in Canada, dall’altra costituiscono un pericolo imminente per i fragili sistemi dei paesi con medio e basso reddito

Troppi erano, già allora, gli indizi per non capire quale era la direzione che si voleva far prendere alla sanità italiana: quella del privato e delle assicurazioni. Del resto il messaggio contenuto nella lettera di Trichet e Draghi indirizzata al governo italiano nell’agosto 2011 era inequivocabile: riforme radicali per privatizzare su larga scala servizi e professioni. Quando l’assessore alla sanità della Toscana, senza ombra di rammarico o scusa, afferma “Già oggi tanti si rivolgono a Misericordie e Pubbliche Assistenze per visite e esami (a pagamento ndr) visto che il pubblico espelle dal suo circuito un numero enorme di persone non garantendo la tempestività delle prestazioni”, (La Repubblica, 3 ottobre 2015), il governatore Rossi può dirsi pienamente soddisfatto: missione compiuta. Sono stati adottati provvedimenti che hanno spinto le persone a rivolgersi ai servizi a pagamento anziché ai servizi pubblici, producendo così diseguaglianze, sfiducia, malumore, rabbia.

Negli ultimi 10 anni sono stati soppressi 70 mila posti letto, 759 reparti ospedalieri e molti piccoli ospedali sono stati chiusi (dati Cergas, università Bocconi di Milano). Nello stesso lasso di tempo si registra un taglio di fondi pari a 37 miliardi di euro. In italia ci sono 3.2 posti letto per mille abitanti, contro gli 8 della Germania ed i 6 della Francia. Per la Sanità Pubblica spendiamo 119 miliardi l’anno, il 20% in meno della Francia e il 45% in meno del Regno Unito. Mentre scendeva la spesa pubblica, aumentava quella dei cittadini, che nel 2009 coprivano il 21% del totale e nel 2017 arrivavano a quasi un quarto, il 23,5%: il 46% in più rispetto alla media europea del 16%.

Quasi dovunque le assunzioni sono bloccate di fronte ad una mancanza di circa 56.000 medici e 50.000 infermieri, riportata dalle Regioni. Dal 2009 al 2017 il Ssn ha perso oltre 46 mila unità di personale dipendente (- 6,7%). La riduzione ha interessato i medici (meno 8 mila unità), la cui età media è oggi tale da far prevedere un collocamento in pensione di 2 medici specialistici e 9 medici di famiglia al giorno nei prossimi anni, con ridotte possibilità di ricambio per carenza di laureati e, in particolare, di specializzati. A questo depauperamento ha contribuito non poco l’introduzione del numero chiuso nelle Università e nelle scuole di specializzazione. La contrazione del personale ha riguardato anche gli infermieri (meno 13 mila unità), nonostante la loro presenza sia già molto inferiore al resto d’Europa, in rapporto alla popolazione (5,6 infermieri ogni 1000 abitanti, contro 12,9 della Germania e 10,2 della Francia) e rispetto ai medici (1,4 infermieri ogni medico, contro circa 3 di Francia e Germania). La mancanza di una seria politica del personale sta mettendo in ginocchio l’intero sistema sanitario.

Oggi quasi una famiglia su due rinuncia alle cure a causa delle lunghe liste di attesa nella sanità pubblica e dei costi proibitivi in quella privata. Nel 41,7% dei nuclei familiari, almeno una persona in un anno ha dovuto fare a meno di una prestazione sanitaria. I cittadini inoltre pagano di tasca propria oltre 500 euro procapite all’anno, mentre nell’ultimo anno al 32,6% degli italiani è capitato di pagare prestazioni sanitarie in nero”. (ricerca del Censis).

Le tappe legislative fondamentali che, con le successive riforme, seguono questo percorso pluridecennale sono quattro. La prima è la già citata legge 833, con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale e la creazione delle Unità Sanitarie Locali. Il secondo è il D.Lgs. n. 502/1992 che avvia la regionalizzazione della Sanità, istituisce le Aziende Sanitarie Locali e Ospedaliere e, per rispondere alla crescente pressione finanziaria, introduce «una concezione di assistenza pubblica in cui la spesa sociale e sanitaria deve essere proporzionata alla effettiva realizzazione delle entrate e non può più rapportarsi unicamente alla entità dei bisogni». Il terzo passaggio è il Decreto Legislativo n. 229/1999 (anche noto come riforma Ter) che conferma e rafforza l’evoluzione in senso aziendale e regionalizzato e istituisce i fondi integrativi sanitari per le prestazioni che superano i livelli di assistenza garantiti dal SSN. Infine, con la riforma del Titolo V, Legge Costituzionale n. 3/2001, la tutela della salute diviene materia di legislazione concorrente Stato-Regioni: lo Stato determina i Livelli essenziali di assistenza (LEA); Le Regioni hanno competenza esclusiva nella regolamentazione e organizzazione dei servizi sanitari nel finanziamento delle Aziende Sanitarie.

Il Ssn non può essere ridotto a una fabbrica di prestazioni. Il Ssn deve tutelare e promuovere la salute delle persone e attrezzarsi per affrontare adeguatamente l’epidemia delle malattie croniche (e della sub-epidemia della multimorbosità). “Nonostante si viva in un mondo dominato dalle patologie croniche, nei luoghi di cura si pratica una medicina quasi esclusivamente per acuti: all’alba del XXI secolo persistono i modelli del XIX secolo”, scrivono R. Rozzini e M. Trabucchi. È necessario per questo un profondo cambiamento.

Un cambio di paradigma basato sulla sanità d’iniziativa: prevenzione e lotta alle diseguaglianze socio-economiche (di malattie croniche si ammalano e ne muoiono molto di più le fasce più disagiate della popolazione), supporto all’auto-cura, presa in carico a lungo termine dei pazienti da parte di team multiprofessionali e multidisciplinari composti da medici di famiglia, infermieri e specialisti, continuità delle cure e più tempo dedicato alla relazione tra professionisti e pazienti, integrazione socio-sanitaria. Il cambio di paradigma richiede un forte rilancio delle cure primarie e dei servizi territoriali.

È il momento di pretendere un Sistema Sanitario che metta nuovamente al centro l’individuo e la salute pubblica, che non si occupi solo dell’acuto ma dello stato di salute inteso come fisico, psichico, sociale ed economico. È il momento per ridisegnare la nostra società in senso comunitario, solidale e mutualistico, dove la salute sia al centro delle scelte politiche per lo sviluppo economico, cosa che fin ora non è mai stata fatta preferendo portare avanti scelte dettate solamente da interessi e profitto. Inquinamento atmosferico, luminoso ed acustico in cambio di urbanizzazione selvaggia o, come nel caso dell’aeroporto della Piana o del TAV, di costruzione di grandi opere inutili; allevamenti intensivi dove l’uso massiccio di antibiotici e la cattiva qualità del mangime sono all’ordine del giorno; industrie e raffinerie che rilasciano tossine nell’acqua o nell’aria appestando le zone limitrofe, come nel caso ormai tristemente noto dell’Ilva di taranto. È il momento di pretendere un Sistema Sanitario incisivo nel denunciare che questo modello economico ci sta rendendo più fragili e più malati.