COSTRUIAMO GLI ANTICORPI AL CORONAVIRUS

Al diffondersi di un virus, lo sappiamo ormai bene, sono gli organismi più deboli, quelli più indifesi, a correre i pericoli maggiori.

Le epidemie più gravi che la storia ricordi sono infatti direttamente collegate a periodi di carestia, di miseria, di guerra.
Il Corona virus non fa eccezione e se oggi la nostra società è in ginocchio è perché essa è resa vulnerabile dalla carestia che prende il nome di crisi economica perenne, dalla miseria intellettuale che ci circonda e dalla guerra ai ceti meno abbienti.

Se il Sistema sanitario nazionale non è in grado di far fronte all’emergenza è perché è stato progressivamente smantellato a vantaggio della sanità privata:
riducendo il personale, tagliando i posti letto, accorpando i presidi sanitari… Quei tagli alla sanità che, è bene ribadirlo, sono figli di una precisa scelta politica che ha derubricato la nostra salute a vantaggio di cose ben più importanti per chi ci governa: oggi apprendiamo con orrore che un solo caccia F35 costa allo stato italiano quanto 7000 ventilatori polmonari.

L’emergenza non è però solo sanitaria, siamo anche in piena emergenza economica. E come poteva non accadere in un paese che la globalizzazione e la nuova suddivisione del mondo in mono aree economiche, ha voluto trasformare in un gigantesco parco giochi per turisti? Ci sono paesi in cui anche i bambini sono costretti ad andare in miniera, altri in cui l’economia ruota interamente intorno alla finanza e altri, come l’Italia, destinati ad accogliere le vacanze dei benestanti di tutto il mondo. Nel nome del profitto si sono svenduti i centri storici, le campagne, i prodotti stessi della terra.. siamo diventati un popolo che direttamente o indirettamente vive di turismo: oggi paghiamo il conto di queste scelte.

Ogni giorno migliaia di persone vengono “lasciate a casa” a causa del corona virus, strozzate per di più da un costo della vita che rimane nella maggior parte dei casi “a misura di turista”. Il conto è reso inoltre ancor più salato dalla più completa inutilità a cui si sono auto relegati i sindacati confederali ormai da anni. Incapaci non solo di pretendere la chiusura dei posti di lavoro, ma anche solo la loro messa in sicurezza, impotenti nel tutelare i precari, i lavoratori in nero, gli assunti nelle cooperative, i lavoratori stagionali…

Ad emergere insieme al contagio è anche la barbarie culturale in cui ormai siamo immersi: chi fino a ieri sembrava disposto ad affogare con le proprie mani chi era in fuga dalla guerra, oggi lo abbiamo visto scappare di notte dalle zone rosse alla volta delle seconde case al mare, con buona pace della salute di tutti. Motore delle azioni più ignobili, dal razzismo verso gli asiatici all’accaparrarsi del materiale sanitario, è la paura. Una paura di cui i primi responsabili sono politici e giornalisti.

Due facce della stessa medaglia il cui obiettivo comune è “vendersi”, certo non tutelarci: i primi per non perdere consensi, i secondi per aumentare le vendite. Una paura alimentata dalla confusione di una classe dirigente che ha mostrato tutta la sua impreparazione e inefficacia, la cui principale risposta è stata sinora quella già testata su ogni tipo di emergenza: l’aumento del controllo e, come dimostra la drammatica vicenda della gestione delle carcere italiane, della repressione.
Questa emergenza ha mostrato chiaramente che non c’è più tempo per chiedere, ora è il momento di pretendere. Pretendere innanzitutto che la nostra salute sia realmente al primo posto e si faccia tutto il possibile per tutelarla, compreso l’esproprio delle cliniche private.

Soprattutto è però il momento di costruire, tutti assieme, quegli anticorpi all’interno della nostra società affinché una situazione del genere non si possa ripetere mai più. Investendo nella sanità, difendendo i lavoratori, organizzando un’informazione libera dalla logica del profitto e del sensazionalismo a tutti i costi, modificando radicalmente il nostro modello economico.

Una cosa deve infatti essere chiara:
NON PAGHEREMO NOI QUESTA ENNESIMA CRISI, non cascheremo nella retorica dei sacrifici per il bene di tutti. I soldi dovranno essere presi dove ci sono, in primis da chi da quest’emergenza sta guadagnando, perché dalle crisi si esce tutti insieme, abbandonando quell’egoismo che si è diffuso nella nostra penisola ancor più velocemente del virus.